Un giorno, avevo dodici o tredici anni, pedalando a caso mi sono ritrovato all’oratorio di Bodio. Era estate e non c’era anima viva. Sul campetto da calcio, vicino alla bandierina del calcio d’angolo, andavo avanti e indietro con un sacco di confusione in testa.
Non ricordo quanto tempo sono rimasto lì, non ricordo il flusso dei miei pensieri, ma ricordo che quando sono tornato a casa stavo bene: in mezzo alla polvere di quel campo in terra battuta, sotto al sole e da solo come un cane, avevo deciso che volevo essere cristiano.
Quello è il momento esatto in cui ho deciso che tutto ciò che i miei genitori e i miei nonni mi avevano trasmesso mi rappresentava, e che era il modo in cui volevo vivere.
Negli anni successivi ci sono stati alti e bassi, momenti di dubbio e anche un periodo di vera e propria rivoluzione contro un clero che non ritenevo rappresentasse il mio sentire (ah, l’arroganza giovanile!), ma poi finivo sempre lì: davanti a una croce, da solo, in silenzio, a schiarire la confusione dei miei pensieri.
Quando sei andato via, mi trovavo in un momento di apatia spirituale. Eravamo in un periodo della vita pieno di stimoli inutili, di superficialità da gestire e interessi che non ci interessavano. Senza un reale motivo, avevo imboccato una strada secolare, in parte in contrasto con la decisione del me stesso dodicenne. Non andavo a messa, non pregavo e, più passava il tempo, più mi sentivo da una parte disinteressato a farlo e, dall’altra, indegno di farlo. Mia mamma soffriva di questa cosa, ma io non ho mai vinto la medaglia di “Figlio dell’anno”...
Quando siamo arrivati al Niguarda ed è stata chiara la gravità della situazione, la prima cosa che ho fatto è stata cercare la cappella dell’ospedale. Ero disperato quando sono entrato, ma non mi sentivo in grado di pregare e non mi sentivo di meritare di essere ascoltato; così mi sono ritrovato a fare voti come se fossi un pellegrino medievale: “Se Tu lo salvi, io faccio voto di…”. Una gran confusione, ma non posso biasimarmi in quel momento.
Alcune ore dopo, qualcuno ci ha detto che non c’erano speranze e che era solo questione di tempo. Io ho preso il telefono e ho mandato un messaggio a mia mamma: “Sta morendo, prega”.
In uno dei momenti più bassi della mia vita, più disperati e senza speranza, tutto quello che ho saputo fare, che ho voluto fare, è stato rivolgermi alla mia mamma per chiederle di affidarti a Qualcuno a cui io non mi sentivo in grado di rivolgere lo sguardo.
La mattina dopo, la prima cosa che ho fatto è stata andare a parlare con un prete. Avevo bisogno di trovare un senso e l’unica cosa a cui sono riuscito a pensare è stato di cercarlo riscoprendo quello che il me stesso dodicenne aveva deciso per il suo futuro. I miei ingranaggi di fede erano un po’ arrugginiti, ma mi ci sono aggrappato come a un salvagente e, piano piano, sono tornato a sentire il bisogno di stare davanti a una croce, da solo, in silenzio.
Nel periodo successivo ho iniziato ad andare a messa tutte le domeniche a San Carlo, prima di venire a trovarti al cimitero. Pioggia o sole, entravo in chiesa sempre con gli occhiali da sole perché passavo quasi tutto il tempo a piangere. Il celebrante era don Gianni, un vecchissimo sacerdote che parlava a braccio, ma aveva nella voce una decisione che solo chi parla di qualcosa di cui è ciecamente certo ha.
La candida ostinazione con cui ogni domenica parlava di amore, come un nonno che ti racconta esperienze di vita, mi dava la forza di andare avanti un’altra settimana.
È stato durante le sue messe che, per la prima volta, ho iniziato a sentire che tutte quelle cose che venivano dette durante la celebrazione venivano dette a me. Era un messaggio in una lingua che comprendevo, scritto per me, recitato per me.
Qualche giorno fa ho sentito una riflessione che descrive molto bene ciò che ho vissuto in quel periodo. Quando siamo in mare, anche se l’acqua non è troppo profonda e abbiamo i piedi poggiati a terra, se si alzano le onde abbiamo paura perché l’acqua si intorbidisce e ogni passo è un’incognita. Il Risorto, invece, porta la chiarezza che ci permette di vedere il fondale, saper muovere i passi sulla sabbia evitando gli scogli, tanto che le onde non fanno più paura e, a tratti, ci divertono.
Da allora la mia fede è tornata a essere il centro della mia vita; non so cosa sarebbe successo se quel maledetto mercoledì fosse andato diversamente. Forse mi sarei lasciato trascinare nell’agnosticismo, forse avrei comunque fatto questo ritorno... chi può dirlo.
Quello che so per certo è che quando sono davanti a una croce, da solo, in silenzio, mi sento dentro a qualcosa che contiene anche te.
20 buchi.
















